Non sono un critico d’arte, né un appassionato di arte contemporanea. Mi dispiace.
Eppure, ogni tanto, mi trovo a discutere su cosa oggi venga davvero considerato “arte moderna”. E noto su internet di non essere solo.
C’è chi sostiene che una sedia in un angolo, una banana “incerottata” al muro o un neon spento siano forme d’arte capaci di trasmettere un pensiero profondo. Altri ritengono che l’arte debba, almeno in parte, richiedere una qualche abilità riconoscibile: pittura, scrittura, musica, fotografia, cinema… qualcosa che “si vede”.
Poi accadono episodi che fanno riflettere molto più di mille teorie.
Uno di questi casi, arriva da Taiwan, dove un volontario in un museo, in buonissima fede, ha spolverato un quadro che pensava fosse sporco. Peccato che “lo sporco” fosse l’opera stessa: una superficie coperta da anni di polvere, parte essenziale del lavoro dell’artista Chen Sung-chih. Quel gesto semplice, quotidiano, ha cancellato l’opera. Letteralmente.
E il punto è che, agli occhi di una persona comune, non c’era nulla che indicasse che quelle polveri fossero espressione artistica. Sembravano… polvere. Punto.
E non è un caso isolato.
Negli anni, opere contemporanee sono state scambiate per rifiuti e buttate via, o ripulite perché considerate “disordine” dopo un evento. È successo al Museion di Bolzano, dove l’installazione “Dove andiamo a ballare stasera?”, composta dalle artiste Sara Goldschmied ed Eleonora Chiari utilizzando bottiglie, coriandoli e bicchieri, sia stata raccolta dalle addette alle pulizie convinte di trovare i resti di una festa.
Quello che è successo al Museum of Modern Art di San Francisco dimostra fino a che punto può arrivare la stupidità umana.
Di senso opposto, come non ricordare l’esperimento di un ragazzo che nel 2016 posizionò un paio di occhiali sul pavimento del Museum of Modern Art di San Francisco: i visitatori del museo pensarono che si trattasse di… un’opera d’arte.
Evidentemente l’autore era un artista e il suo gesto un’opera d’arte a tutti gli effetti. Oppure è la riprova che l’arte alberga in altri lidi?
Potremmo ridere, ma ogni volta il risultato è lo stesso: ciò che è arte per l’artista smette di esserlo quando viene interpretato come semplice oggetto comune. E allora ritorna quella domanda semplice, forse banale, ma inevitabile:
Se una persona normale non riesce a riconoscere un gesto artistico senza qualcuno che glielo spieghi, oppure basta collocare una installazione all’interno di un contesto tipico come un museo, possiamo davvero chiamare tutto ciò arte?
Perché se l’intenzione è tutto, ma il risultato appare indistinguibile dal quotidiano, dal banale o dalla polvere, allora il confine diventa pericolosamente sottile.
E, se tutto può essere arte, alla fine non lo è più niente. A meno che non ce lo dica qualcuno.
Lo dico anche da persona che fa marketing: con la giusta narrazione potrei trasformare in “opera concettuale” qualsiasi cosa. Anche l’estintore del mio studio. Potrei dire che rappresenta “la necessità di contenere gli incendi interiori della società moderna”. E qualcuno ci crederebbe pure.
Ma senza “qualcuno” che lo definisce tale, rimane un estintore.
Forse sono banale? Sì, probabilmente sì.
Ma un confine, da qualche parte, andrebbe dato. Non per limitare la creatività, ma per evitare che l’arte si dissolva alla prima passata di panno o dietro un parere che potrebbe celare solo un interesse.
PS: La foto non è reale, è stata generata da un nuovo strumento sperimentale di IA.